Non può esserci sostenibilità economica né futuro per il welfare senza una rigenerazione del capitale umano. È la consapevolezza emersa con forza durante la presentazione del Rapporto 2026 del Think Tank Welfare, Italia, promosso dal Gruppo Unipol in collaborazione con TEHA Group presso le Corsie Sistine di Santo Spirito in Sassia a Roma. In una giornata aperta dal messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dedicata a ridefinire le tutele sociali come leva di sviluppo del Paese, uno dei momenti più intensi di dibattito ha riguardato il panel “Investire sul futuro: genitorialità e attrazione delle competenze”. Moderato da Antonio Polito, l'incontro ha messo a fuoco il cortocircuito tra il crollo delle nascite, i cambiamenti valoriali delle nuove generazioni e la cronica difficoltà dell'Italia nel trattenere e valorizzare i propri talenti.
A spiegare le radici profonde del declino demografico e a rispondere all'interrogativo sul perché in Italia si facciano sempre meno figli è stata Alessandra Minello, professoressa di Demografia all’Università degli Studi di Padova. La questione, ha chiarito la docente, travalica la pura dimensione materiale: sono cambiate radicalmente le strutture familiari, i modelli di vita e il significato stesso attribuito alla genitorialità. Accanto ai vincoli economici, pesa in misura determinante una sfera valoriale segnata da eventi traumatici e incertezze globali — dalla pandemia ai conflitti bellici, fino all'eco-ansia per la crisi climatica — che condizionano le aspettative individuali. I dati Istat confermano come le nuove generazioni abbiano oggi una consapevolezza chirurgica di ciò a cui devono rinunciare sul piano personale e professionale per avere un figlio, determinando per la prima volta nella storia recente un desiderio di fecondità medio inferiore a due figli. Non si tratta solo di carenza di servizi, ma di un problema prettamente politico e di fiducia: senza una prospettiva rassicurante sul futuro, il desiderio di generare tende fisiologicamente a comprimersi.
Una diagnosi condivisa e rilanciata da Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità, che ha puntato il dito contro l’inefficacia degli interventi messi in campo fino ad oggi. Il deficit culturale, secondo De Palo, è figlio dell'assenza di vere politiche organiche: “In Italia abbiamo trattato la famiglia come il turismo, mentre oggi la nascita di un figlio rappresenta la seconda causa di povertà dopo la perdita del lavoro”. In questo senso, strumenti come l’assegno unico rischiano di configurarsi prevalentemente come misure di contrasto alla povertà piuttosto che come leve strutturali di incentivazione della natalità. Si genera così un corto circuito politico ancora più insidioso: “La trappola demografica è diventata una trappola democratica”, ha avvertito De Palo, evidenziando come i partiti, di fronte a un corpo elettorale invecchiato e a un numero decrescente di giovani, finiscano per calibrare le scelte di spesa quasi esclusivamente sulla popolazione anziana. Per spezzare questo circolo vizioso occorre abbandonare le mode effimere e partire dalle fondamenta: prima ancora di asili nido e congedi parentali servono retribuzioni adeguate, politiche di accesso alla prima casa per le giovani coppie e un fisco a misura di famiglia che consideri il reddito in rapporto alla composizione del nucleo. Data la gravità della situazione, De Palo ha lanciato la proposta di istituire un “commissario straordinario sulla natalità”, riconoscendo al declino demografico lo status di emergenza nazionale primaria capace di travolgere qualsiasi altro pilastro del sistema sociale ed economico.
Alla crisi delle culle fa da contraltare la dispersione di quei pochi giovani che arrivano ai vertici della formazione, un paradosso analizzato da Marcella Panucci, consigliera del ministro dell’Università e della Ricerca. Negli ultimi anni il sistema universitario ha registrato segnali di forte reattività, sostenuto anche dalle risorse e dagli strumenti del Pnrr: sono aumentate le immatricolazioni, è cresciuto il numero di laureati, si è ridotto l'abbandono accademico e si è rafforzata l'attrattività internazionale grazie a un incremento significativo delle borse di studio, a nuovi studentati, all'orientamento scolastico e alla moltiplicazione dei corsi di laurea in lingua inglese, con un conseguente miglioramento del posizionamento negli indicatori globali.
Il nodo critico emerge nel passaggio successivo, ovvero nella capacità dell’economia reale di garantire un adeguato ritorno all’investimento compiuto dai giovani. Il tessuto produttivo italiano, dominato da piccole e medie imprese spesso poco orientate all'innovazione complessa, fatica a risultare attrattivo per profili altamente qualificati, offrendo carriere piatte e retribuzioni non competitive rispetto al panorama internazionale. Per colmare questa distanza, il Mur ha puntato su partenariati estesi, Centri Nazionali di ricerca e dottorati innovativi realizzati in sinergia tra università e mondo delle imprese, con l'obiettivo di rendere il mercato del lavoro finalmente recettivo verso l'alta formazione. Trattenere i talenti nel Paese significa alimentare un circolo virtuoso per l'intero sistema: se i giovani laureati restano in Italia generano un impatto fiscale e produttivo determinante per sostenere il welfare, ma il loro contributo potrà moltiplicarsi solo se il sistema economico e le politiche pubbliche sapranno costantemente reinvestire sul capitale umano.
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