Welfare Italia Forum, Schillaci: “Il Servizio sanitario nazionale è l’infrastruttura più importante del Paese”

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Martina Esposito

Al Forum “Welfare, Italia” 2026, il confronto tra il ministro della Salute Orazio Schillaci, lo scienziato Riccardo Sabatini, l’oncologo Giuseppe Curigliano e il demografo Alessandro Rosina sulle sfide della longevità

Welfare Italia Forum, Schillaci: “Il Servizio sanitario nazionale è l’infrastruttura più importante del Paese”

Vivere più a lungo non significa soltanto affrontare nuove esigenze sanitarie e assistenziali, ma anche ripensare il ruolo delle generazioni più anziane, gli investimenti nella ricerca e l'organizzazione del sistema economico e sociale. È questo il filo conduttore del panel “Ricerca medica e longevità: verso nuove strutture sociali ed economiche”, che ha riunito il ministro della Salute Orazio Schillaci, Riccardo Sabatini, scienziato e imprenditore e Chief Data Scientist di Orionis Biosciences, Giuseppe Curigliano, professore di Oncologia medica all’Università Statale di Milano e direttore dello Sviluppo di nuovi farmaci per terapie innovative all’IEO, e Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano. Al centro del confronto, il potenziale della Longevity Economy: trasformare l'aumento dell'aspettativa di vita, l'innovazione scientifica e il rafforzamento della prevenzione in opportunità di crescita, benessere e sostenibilità del welfare.

Il dibattito si è svolto nell'ambito del Forum “Welfare, Italia”, ospitato il 20 ottobre 2026 alle Corsie Sistine di Santo Spirito in Sassia, a Roma, in occasione della presentazione del Rapporto 2026 del Think Tank promosso da Unipol in collaborazione con The European House – Ambrosetti e TEHA Group. La giornata, dedicata al tema “Il welfare in Italia e in Europa tra valore identitario e fattori di crescita”, si è aperta con il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seguito dagli interventi del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto e del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

A delineare la portata della sfida sono i numeri del Rapporto 2026. Nel 2025 la spesa pubblica italiana per il welfare ha raggiunto 692,8 miliardi di euro, circa il 60% della spesa pubblica complessiva, con una stima di 715 miliardi per il 2026. La componente previdenziale assorbe il 49,5% delle risorse, mentre la spesa sanitaria si attesta al 6,6% del Pil, contro il 7,4% della media dell'area euro. Sullo sfondo, una popolazione che invecchia e una natalità ai minimi storici: nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, a fronte di 652 mila decessi, mentre le proiezioni indicano una possibile riduzione della popolazione a circa 55 milioni di abitanti entro il 2050.

Ma l'invecchiamento demografico non rappresenta soltanto un costo. Secondo il rapporto, la Longevity Economy genera già 130,7 miliardi di euro di ricavi, aprendo nuove prospettive per la ricerca, i servizi sanitari, i consumi e la partecipazione sociale. È su questo equilibrio tra opportunità economiche e sostenibilità del sistema che si sono concentrati gli interventi dei quattro relatori.

Link to Schillaci: «La prevenzione deve fare in modo che meno persone si ammalino»Schillaci: «La prevenzione deve fare in modo che meno persone si ammalino»

Per il ministro della Salute Orazio Schillaci, la maggiore longevità è il risultato di due fattori fondamentali: il progresso scientifico e la capacità del sistema sanitario di garantire assistenza. «La ricerca ci propone nuovi farmaci e nuove terapie, e poi c'è il Servizio sanitario nazionale, l'infrastruttura più importante del Paese. È questa combinazione che ci fa vivere di più», ha sottolineato, ricordando che circa tre quarti delle risorse sanitarie sono destinati alla cura e all'assistenza degli over 65.

La sostenibilità del sistema, secondo il ministro, passa innanzitutto dalla prevenzione. «Abbiamo un Servizio sanitario nazionale universalistico, invidiato nel mondo, in cui c'è la gratuità delle cure. Ma prevenzione significa fare in modo che meno persone si ammalino in futuro». Una prospettiva che richiede di ampliare il concetto stesso di tutela della salute: «Il ministero della Salute si occupa di chi si ammala, ma anche di chi non si ammala».

In questa direzione si inserisce il potenziamento della medicina territoriale attraverso gli investimenti del PNRR, insieme alla necessità di promuovere una cultura della prevenzione fin dall'età scolastica. «La prevenzione va insegnata a scuola», ha osservato Schillaci, ribadendo che l'obiettivo deve essere quello di mettere a disposizione di tutti i cittadini le cure necessarie. Per garantire questo diritto anche in futuro, ha spiegato, è indispensabile ridurre il numero di persone che sviluppano patologie prevenibili.

Il ministro ha affrontato anche il tema della sanità integrativa, respingendo l'ipotesi di una progressiva privatizzazione del sistema. «Nessuno vuole privatizzare. La sanità integrativa è un'opportunità, non un pericolo», ha affermato, ricordando che in Italia interessa circa il 24% della popolazione. Secondo Schillaci, può rappresentare «un aiuto valido per ridurre le liste d'attesa», purché sia orientata anche verso chi oggi rimane escluso da determinate forme di assistenza.

Sul fronte delle riforme, il ministro ha richiamato la lotta al fenomeno dei medici gettonisti e le misure contro le liste d'attesa: «Finalmente c'è una legge che le affronta in maniera scientifica». Ha poi ricordato il lavoro sul piano per la salute mentale, assente da tredici anni, e il raggiungimento del target europeo relativo alle Case della comunità, un risultato che lo rende «orgoglioso» e che ha definito parte di una «vera rivoluzione per i cittadini», nonostante lo scetticismo che accompagna il cambiamento.

Tra le priorità ancora da realizzare figura il completamento del Piano sanitario nazionale, che manca dal 2008 e che, secondo Schillaci, può offrire risposte importanti a una sanità di alto livello ma bisognosa di ammodernamento. Centrale anche l'attenzione al personale sanitario, attraverso assunzioni e valorizzazione professionale, insieme alla prevenzione del disagio psicologico e alla tutela delle persone anziane affette da patologie neurodegenerative.

Link to Sabatini: «Senza capitale, scienziati e industria non possono funzionare»Sabatini: «Senza capitale, scienziati e industria non possono funzionare»

Se la prevenzione è una delle condizioni per rendere sostenibile l'allungamento della vita, l'innovazione farmaceutica rappresenta un'altra leva decisiva. Ma sviluppare nuove terapie richiede investimenti ingenti, tempi lunghi e soprattutto la capacità di accettare il rischio del fallimento.

A sottolinearlo è stato Riccardo Sabatini, scienziato e imprenditore, Chief Data Scientist di Orionis Biosciences, che ha richiamato le opportunità offerte dai farmaci per la longevità. «Se riusciamo a fare farmaci a grande impatto terapeutico, sarebbe un grande guadagno», ha osservato, evidenziando tuttavia la complessità del percorso che conduce dalla ricerca alla disponibilità di una nuova terapia.

«Per sviluppare un nuovo farmaco servono almeno dieci anni. Quando arriviamo ad avere un farmaco che funziona su un topo, abbiamo solo il 5% di probabilità che funzioni sull'uomo». A questo si aggiunge il costo economico: circa due miliardi di dollari per arrivare allo sviluppo di un farmaco, considerando i numerosi tentativi necessari prima di raggiungere un risultato.

«Una delle cose più complesse è essere pronti a fallire, investendo centinaia di milioni di dollari», ha spiegato Sabatini. Un rischio che deve essere affrontato nella prospettiva di arrivare a terapie capaci di produrre un impatto significativo su pazienti che oggi dispongono di possibilità di cura limitate.

Per costruire un settore competitivo, secondo lo scienziato, servono tre pilastri. Il primo è rappresentato da «scienziati straordinari», università di eccellenza e un ecosistema capace di formare e attrarre talenti, un patrimonio che richiede generazioni per essere costruito. Il secondo è la capacità manifatturiera necessaria a sostenere la produzione farmaceutica, che può richiedere anche vent'anni per essere sviluppata da zero. Il terzo è il capitale, indispensabile per finanziare la ricerca anche quando i risultati non sono garantiti.

Su questo terreno, l'Italia parte da una posizione favorevole ma incompleta. «L'Italia ha il primo pilastro, il più difficile. Ha anche il secondo. L'ultimo è il più difficile, ma anche il più facile da attivare: non abbiamo abbastanza investimenti in questo settore».

Il problema, dunque, non è la mancanza di competenze scientifiche o industriali, ma la disponibilità di risorse finanziarie e la propensione a investirle in attività ad alto rischio. «Se non hai capitale, gli altri due pilastri non possono funzionare. Dobbiamo costruire la capacità di rischio. È una decisione», ha concluso Sabatini.

Link to Curigliano: «La burocrazia frena i trial clinici, servono regole più flessibili»Curigliano: «La burocrazia frena i trial clinici, servono regole più flessibili»

Sulla necessità di rafforzare la competitività della ricerca europea si è soffermato anche Giuseppe Curigliano, professore di Oncologia medica all'Università Statale di Milano e direttore dello Sviluppo di nuovi farmaci per terapie innovative all'Istituto Europeo di Oncologia.

L'Italia, ha ricordato, è tra i Paesi con la più alta aspettativa di vita e dispone di un sistema capace di garantire livelli assistenziali elevati nelle diverse fasce d'età. Ma la longevità non dipende esclusivamente dall'innovazione farmacologica. «I farmaci non sono l'unico strumento di longevità», ha sottolineato, richiamando il ruolo degli screening e della prevenzione.

Un patrimonio importante è rappresentato dalla qualità della ricerca nazionale. «I ricercatori italiani sono tra i migliori al mondo. Riusciamo a fare tanto con poco», ha osservato Curigliano. A preoccupare, però, è il progressivo indebolimento della capacità europea di attrarre investimenti nelle sperimentazioni cliniche.

«Quello che succede preoccupa: diminuiscono gli investimenti sui trial clinici in Europa. La burocrazia ci attanaglia, ci mettiamo due anni per attivare un trial». Un ritardo che non riguarda soltanto la competitività del sistema scientifico, ma incide direttamente sulle opportunità terapeutiche dei pazienti, perché rallenta l'accesso alle cure innovative.

Il confronto internazionale rende il problema ancora più urgente. Curigliano ha richiamato la crescita della Cina, capace di rafforzare rapidamente la propria posizione nella ricerca e nell'industria farmaceutica. «La Cina cresce esponenzialmente e la nostra competitività frena», ha avvertito, ricordando il peso che l'industria chimica italiana aveva negli anni Settanta.

Per invertire la tendenza, secondo l'oncologo, occorre intervenire sulle procedure regolatorie, rendendole più flessibili senza rinunciare al rigore scientifico. Un'esigenza destinata a diventare ancora più rilevante con l'affermazione dell'intelligenza artificiale nello sviluppo dei farmaci.

«L'intelligenza artificiale accelererà in maniera esponenziale il discovery», ha spiegato, evidenziando però che anche in questo campo stanno emergendo limiti che rischiano di frenare l'innovazione. Da qui la richiesta di «deregolamentare» e creare condizioni di maggiore competitività in un settore considerato strategico per il futuro della salute.

Link to Rosina: «La longevità non è un problema, gli anziani devono diventare protagonisti»Rosina: «La longevità non è un problema, gli anziani devono diventare protagonisti»

A spostare il confronto dalla dimensione sanitaria a quella demografica e sociale è stato Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale all'Università Cattolica di Milano, che ha invitato a superare una lettura dell'invecchiamento fondata esclusivamente sui costi assistenziali.

«La longevità non è un problema», ha affermato, sottolineando come l'allungamento dell'aspettativa di vita abbia modificato profondamente il significato stesso dell'età anziana. «L'età che va oltre la fase centrale adulta non è più residuale, ma vita piena. E questa è una sfida». Il progresso sanitario e il miglioramento delle condizioni di vita hanno infatti permesso di guadagnare anni in fasce d'età che in passato erano maggiormente segnate dalla fragilità.

Questa trasformazione si intreccia però con il calo della natalità e con la progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, fenomeni particolarmente evidenti in Italia. Secondo Rosina, il Paese deve affrontare due sfide principali: compensare l'uscita delle generazioni più mature dal mercato del lavoro e valorizzare gli anni successivi al pensionamento.

«Abbiamo due sfide: compensare l'uscita della forza lavoro degli over 50, e su questo abbiamo margini, e valorizzare la fase dopo il pensionamento», ha spiegato. In particolare, la fascia tra i 65 e i 74 anni assume un'importanza crescente, mentre la soglia della vecchiaia tende a spostarsi oltre i 75 anni.

Il cambiamento richiede di ripensare non soltanto la durata della vita attiva, ma anche la qualità degli anni guadagnati. È qui che entrano in gioco la silver economy e quella che Rosina ha definito silver ecology: una prospettiva che non si limita a estendere l'età lavorativa, ma punta a migliorare il benessere delle persone, le opportunità di partecipazione e la qualità della vita. «Non si tratta solo di estendere l'età lavorativa, ma di capire come migliorare il benessere durante la fase produttiva», ha osservato, richiamando la necessità di investire anche negli aspetti qualitativi dell'invecchiamento.

Le generazioni più anziane, inoltre, hanno un peso crescente nelle dinamiche elettorali e nell'orientamento delle politiche pubbliche. Ma ridurre il loro ruolo a quello di elettori o destinatari di prestazioni assistenziali significherebbe trascurarne il potenziale sociale. Rosina ha evidenziato la «grande disponibilità di voler essere utili» che caratterizza molti senior, invitando a creare le condizioni perché possano continuare a contribuire alla vita collettiva. «Tanto più questi senior sono protagonisti, tanto più si migliora la vita di tutti, anche delle nuove generazioni».

Una prospettiva che riporta il confronto alla questione centrale del Forum: costruire un welfare capace non soltanto di sostenere i bisogni di una popolazione che invecchia, ma anche di valorizzarne le competenze, l'autonomia e la partecipazione, in modo che la maggiore longevità possa tradursi in un vantaggio collettivo.

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