«Oggi non sto vivendo». Andrea Sempio sceglie poche parole per raccontare cosa significhi trovarsi, a quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi, al centro della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Parla della paura di finire in carcere, delle giornate trascorse tra casa, avvocati e consulenti, dei giornalisti davanti all'abitazione della famiglia. Ma soprattutto torna, punto per punto, sugli elementi che la Procura di Pavia ha raccolto contro di lui.
Lo fa a Porta a Porta, nella prima intervista dopo la chiusura delle indagini.
Sempio respinge l'accusa di aver ucciso Chiara Poggi e spera che la vicenda possa chiudersi prima di un eventuale dibattimento. «Penso che sia tutto spiegabile», sostiene. Ma ammette anche che essere convinti delle proprie ragioni non significa necessariamente riuscire a dimostrarle davanti a un giudice.
Per questo dice di sperare di «risolvere tutto in udienza preliminare» e di non dover affrontare un processo con tutti i successivi gradi di giudizio. L'eventualità del carcere, riconosce, è un pensiero che esiste. Cerca però di non soffermarcisi.
«Accendi la tv e c'è solo Garlasco»
Prima ancora degli elementi dell'inchiesta, Sempio racconta il peso di questi mesi.
«Il bombardamento è costante», dice riferendosi all'attenzione mediatica. Televisione, social network, giornalisti davanti casa: il caso Garlasco è tornato ad occupare quotidianamente le cronache e lui ne è diventato uno dei protagonisti.
La sua vita, racconta, si è ridotta sostanzialmente a tre luoghi: la propria camera, lo studio dell'avvocato e gli incontri con i consulenti della difesa.
«Ho paura, chi non l'avrebbe in questa situazione?», ammette.
Il momento peggiore, racconta, è stato quando sua madre è finita nuovamente in ospedale. E anche nell'ipotesi in cui la sua posizione dovesse essere definitivamente chiarita, Sempio non crede che sarà semplice tornare alla vita precedente: teme che gli rimanga addosso il sospetto di essere «l'assassino che se l'è cavata».
L'impronta 33: «Non è attribuibile a me»
Poi ci sono le prove.
E inevitabilmente si parte dall'impronta 33, la traccia individuata sul muro vicino alle scale della villetta di via Pascoli e tornata al centro della nuova indagine.
La posizione di Sempio è netta: per lui quell'impronta «non è attribuibile né a me né a nessun altro».
L'indagato contesta anche il valore che potrebbe assumere la presenza di sangue sulla traccia. A suo giudizio, dalle ultime consulenze della Procura non emergerebbe la certezza che l'impronta sia stata lasciata nel sangue, ma soltanto l'impossibilità di escluderlo.
Ed è proprio su questa differenza che costruisce la propria difesa pubblica: sostiene di avere bisogno di una certezza, non della semplice impossibilità di escludere un'ipotesi.
La valutazione definitiva dell'impronta, naturalmente, non spetta a Sempio né ai consulenti delle parti ma, qualora la Procura chiedesse il rinvio a giudizio, all'autorità giudiziaria.
«La scarpa 42? Io porto il 44»
C'è poi un altro elemento sul quale Sempio insiste: l'impronta insanguinata di una scarpa rinvenuta sulla scena del delitto e ricondotta nelle precedenti ricostruzioni a una calzatura numero 42.
Sempio sostiene di avere sempre portato il 44.
«Il 42 proprio non mi sta», afferma, spiegando che la difesa avrebbe effettuato anche una prova facendogli indossare scarpe di quella misura.
È uno dei punti con cui cerca di rispondere all'insieme degli elementi raccolti dalla Procura.
La sua linea, infatti, non consiste soltanto nel negare ogni coinvolgimento. Sempio sostiene che gli indizi indicati nell'avviso di conclusione delle indagini possano essere spiegati singolarmente e che, una volta esaminati nel loro complesso, non siano sufficienti a dimostrare la sua presenza sulla scena dell'omicidio.
Il Dna sotto le unghie di Chiara
Sempio affronta anche quello che per mesi è stato uno dei temi più discussi della nuova inchiesta: il materiale genetico recuperato dalle unghie di Chiara Poggi.
Secondo la sua lettura della perizia, quella traccia sarebbe troppo degradata, mista e non sufficientemente replicabile per consentire un'attribuzione affidabile.
«A me pare che il discorso Dna ormai sia risolto», afferma.
Anche questa, tuttavia, è la posizione dell'indagato sulla valutazione tecnica degli accertamenti: il significato probatorio delle analisi genetiche resta uno dei punti sui quali accusa e difesa hanno sostenuto interpretazioni differenti.
Le telefonate con Chiara e i video intimi
Nell'intervista c'è spazio anche per il rapporto con Chiara.
Sempio ribadisce di aver parlato telefonicamente con lei soltanto due volte e respinge l'ipotesi che avesse sviluppato un particolare interesse nei suoi confronti.
Il suo ragionamento è che, se quelle telefonate avessero avuto qualcosa di anomalo o molesto, Chiara avrebbe potuto parlarne con Alberto Stasi, con il fratello Marco o con i genitori.
Sostiene invece che nessuno abbia mai riferito di conversazioni nelle quali lui parlasse di Chiara o Chiara parlasse di lui.
Respinge anche le ricostruzioni relative ai video intimi della ragazza: dice di non averli mai visti e di aver scoperto la loro esistenza soltanto attraverso i mezzi di informazione.
E su Stasi sorprende: «La condanna è giusta»
È probabilmente il passaggio politicamente — e giudiziariamente — più curioso dell'intervista.
Andrea Sempio non utilizza la nuova indagine a suo carico per sostenere l'innocenza di Alberto Stasi.
Fa esattamente il contrario.
Alla domanda se la condanna definitiva a 16 anni dell'ex fidanzato di Chiara sia stata un errore, risponde: «Secondo me no. La condanna è giusta».
Sempio spiega che alcuni elementi delle ricostruzioni alternative che vorrebbero Stasi innocente non lo convincono e che considera più logiche le spiegazioni sulle quali si è fondata la precedente ricostruzione giudiziaria.
È una posizione che aveva già espresso nei giorni scorsi e che ora ribadisce proprio mentre la sua posizione giudiziaria diventa più delicata.
I due piani, del resto, restano distinti.
Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi. Andrea Sempio è indagato nella nuova inchiesta e, allo stato attuale, non è stato condannato per il delitto.
«Spero che finisca in udienza preliminare»
È sul futuro giudiziario che Sempio mostra maggiormente la propria preoccupazione.
Dopo la chiusura delle indagini, la Procura dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio. Prima di allora la difesa può utilizzare gli strumenti previsti dalla legge per presentare memorie, documentazione e chiedere ulteriori accertamenti.
Sempio spera che il confronto possa chiudersi proprio in questa fase o davanti al giudice dell'udienza preliminare.
Non nasconde però di conoscere il rischio.
«Per quanto uno si possa sentire sicuro», osserva, quando si arriva in aula bisogna riuscire a spiegare ogni elemento e «non è così automatico».
È forse la frase che meglio restituisce il tono dell'intervista.
Sempio continua a dichiararsi estraneo all'omicidio e considera spiegabili gli elementi raccolti dalla Procura. Ma, rispetto alle apparizioni televisive di mesi fa, questa volta emerge soprattutto la consapevolezza di essere entrato in una fase diversa.
La nuova inchiesta non è più soltanto un fascicolo aperto.
Le indagini sono state chiuse e davanti a lui esiste concretamente la possibilità di una richiesta di processo.
Il caso Garlasco entra nella fase decisiva
A diciannove anni dalla morte di Chiara Poggi, dunque, le due storie giudiziarie continuano a procedere parallelamente.
Da una parte c'è una sentenza definitiva che attribuisce l'omicidio ad Alberto Stasi. Dall'altra una nuova indagine nella quale la Procura di Pavia contesta ad Andrea Sempio di avere ucciso Chiara.
Sempio respinge l'accusa e, paradossalmente, continua a ritenere corretta proprio la sentenza che indica un altro responsabile.
Adesso però la battaglia si sposta dalla televisione agli atti giudiziari.
Ed è lo stesso Sempio, nell'intervista, a mostrare di esserne consapevole: «Ho paura», ammette. E per la prima volta non parla soltanto dell'indagine, ma della possibilità concreta di trovarsi davanti a un giudice e, un giorno, persino di finire in carcere.
È lo scenario che dice di non voler immaginare.
La sua speranza è un'altra: riuscire a dimostrare prima del processo che gli elementi raccolti contro di lui non sono sufficienti.
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