Con l’approvazione finale della nuova legge elettorale in programma alla Camera per giovedì 8 ottobre, il governo si avvia verso una fase decisiva della legislatura. Una riforma che potrebbe avere conseguenze rilevanti sugli equilibri politici e sul futuro della maggioranza, mentre torna a farsi strada il tema di un possibile ritorno alle urne.
Per comprendere meglio i meccanismi e i possibili effetti della nuova legge, ci ha aiutato Vincenzo Emanuele, professore associato di Scienza politica all’Università Luiss Guido Carli di Roma e membro del comitato direttivo del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali). Emanuele è inoltre attivo nella divulgazione della scienza politica attraverso il suo canale YouTube, dove propone ricerche, analisi e approfondimenti sul sistema politico ed elettorale italiano, anche attraverso il confronto con esponenti del mondo accademico.
Vincenzo Emanuele, il governo si appresta ad affrontare l’esame della legge elettorale. Quali sono, in sintesi, le principali novità introdotte dalla riforma? E cosa cambia rispetto al sistema attuale?
“La principale novità è l’eliminazione dei collegi uninominali, che costituivano una componente importante del Rosatellum, e il passaggio a un sistema fondamentalmente proporzionale. È però un sistema che definirei un “Giano bifronte”, perché può produrre due esiti molto diversi. La riforma prevede infatti un premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione che risulti prima e raggiunga almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere. Se questa condizione non si verifica – oppure se Camera e Senato producono esiti diversi – il premio non viene assegnato e tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Si può quindi passare da un Parlamento con una maggioranza piuttosto solida a un Parlamento senza una maggioranza precostituita, nel quale la formazione del governo richiederebbe accordi tra partiti successivi al voto. Le soglie di sbarramento sono al 3% per le liste e al 10% per le coalizioni. È prevista però quella che è stata definita la “clausola salva-Lupi”: all’interno di ciascuna coalizione viene ripescata, ai fini della ripartizione dei seggi, la prima lista rimasta sotto la soglia del 3%. Infine, le modifiche introdotte al Senato riguardano soprattutto la reintroduzione parziale delle preferenze, insieme ai capilista bloccati, alcune norme sulla rappresentanza di genere e un forte aumento del numero di firme richieste per la presentazione delle liste. Per le formazioni che non beneficiano delle condizioni di esonero previste dalla legge, il numero minimo di firme passa infatti da 1.500 a 6.000 per collegio. Quest’ultimo è, a mio avviso, uno degli aspetti più problematici della riforma, perché rende sensibilmente più difficile l’accesso alla competizione elettorale per le forze non già radicate in Parlamento”.
A proposito, la legge reintrodurrebbe le preferenze, ma di cosa si tratta concretamente?
“Sì, la legge reintroduce il voto di preferenza, ma si tratta di una reintroduzione soltanto parziale. Il capolista di ciascuna lista in ogni collegio rimane infatti bloccato, quindi deciso dai partiti, mentre soltanto dal secondo eletto in poi entrano in gioco le preferenze espresse dagli elettori. Questo significa che le preferenze riguarderanno comunque una quota minoritaria degli eletti. Nelle simulazioni che abbiamo realizzato con il CISE, in assenza di pluricandidature questa quota oscilla, a seconda dello scenario, da circa un quarto a circa un terzo dei parlamentari: il 23,6% nello scenario con premio di maggioranza e il 31,5% in quello senza premio. La percentuale può poi aumentare in presenza di pluricandidature, perché quando un capolista viene eletto in più collegi deve optare per uno di essi e negli altri subentra il candidato successivo, scelto attraverso le preferenze. Con un utilizzo realistico delle pluricandidature, abbiamo stimato che la quota degli eletti con preferenza potrebbe collocarsi all’incirca tra il 25 e il 35%. C’è poi una questione importante relativa all’effettiva uguaglianza nella possibilità di scelta degli elettori. Perché un candidato eletto attraverso le preferenze entri in Parlamento, infatti, una lista deve conquistare almeno due seggi nello stesso collegio: il primo va sempre al capolista bloccato. Di conseguenza, nelle nostre simulazioni sono soprattutto i partiti maggiori a eleggere candidati con le preferenze, mentre diversi partiti medio-piccoli eleggono esclusivamente capilista bloccati. Una differenza simile si produce anche sul piano territoriale. Nei collegi plurinominali più grandi è più facile che una lista conquisti due o più seggi e che quindi le preferenze diventino decisive; nei collegi molto piccoli, come quelli di Molise o Basilicata, questa possibilità si riduce drasticamente. Il risultato è che la capacità effettiva dell’elettore di incidere sulla scelta del parlamentare può variare sensibilmente sia a seconda del partito votato sia a seconda del territorio in cui si vota”.
Giorgia Meloni è la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Consiglio nella storia d’Italia. La nuova legge elettorale garantisce un’adeguata rappresentanza di genere in Parlamento?
“La legge contiene alcune norme a tutela della rappresentanza di genere, ma non garantisce affatto un equilibrio tra uomini e donne tra gli eletti. Anzi, vi è un rischio concreto di una forte riduzione della presenza femminile in Parlamento. Il problema principale riguarda i capilista bloccati. Nelle liste è prevista l’alternanza tra uomini e donne, ma è stato eliminato il vincolo che oggi impone che, nel complesso delle candidature a capolista, nessuno dei due generi possa superare il 60%. Questo significa che, almeno teoricamente, tutti i capilista potrebbero essere uomini. E questo è particolarmente rilevante perché, nelle nostre simulazioni per la Camera, potenzialmente fino a 240 deputati verrebbero eletti proprio come capilista bloccati. Poi ci sono almeno 74 deputati che, nel nostro scenario, verrebbero eletti attraverso le preferenze. Anche qui esistono meccanismi di riequilibrio: le liste devono alternare uomini e donne e, se l’elettore esprime più di una preferenza (può esprimerne fino a 3), queste devono riguardare candidati di sesso diverso. Ma queste norme riguardano le candidature e le modalità di espressione del voto, non garantiscono che alla fine venga eletto lo stesso numero di uomini e donne. Infine ci sono i 70 deputati eventualmente eletti attraverso il premio di maggioranza. Su questa componente la legge prevede invece un vincolo del 60-40 tra i generi e quindi una tutela più efficace della rappresentanza femminile. Mettendo insieme questi elementi, il punto è che la maggior parte dei parlamentari viene eletta attraverso meccanismi che non assicurano un equilibrio di genere nel risultato finale. Per questo, considerando anche come tradizionalmente opera il voto di preferenza, è del tutto plausibile attendersi una significativa diminuzione del numero di donne e, nello scenario più sfavorevole alla rappresentanza femminile, anche un sostanziale dimezzamento rispetto alla situazione attuale”.
Lei è un professore universitario e conosce bene il fenomeno degli studenti fuori sede. Cosa prevede la nuova legge per il voto degli elettori fuori sede?
“Su questo aspetto la riforma introduce una novità importante. Gli elettori fuori sede, e quindi anche molti studenti universitari, potranno votare nel comune in cui sono temporaneamente domiciliati senza essere costretti a tornare nel comune di residenza. È un cambiamento significativo, perché rende concretamente più semplice l’esercizio del diritto di voto per una platea molto ampia di cittadini che oggi deve affrontare costi e difficoltà organizzative spesso rilevanti per poter partecipare alle elezioni”.
Parliamo di simulazioni di voto. Lei e il CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) avete provato a immaginare alcuni scenari ipotetici. Quali sono i risultati più importanti e cosa ci dicono i dati?
“Con il CISE abbiamo simulato il funzionamento della nuova legge elettorale sulla base delle intenzioni di voto rilevate da SWG il 21 settembre. È importante sottolineare che non si tratta di una previsione del risultato delle prossime elezioni, ma di un esercizio che serve a capire quali effetti può produrre la nuova legge a parità di voti. Abbiamo considerato due scenari. Nel primo, il centrosinistra si presenta unito con PD, Movimento 5 Stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa e raggiunge il 44% dei voti. Superando la soglia del 42%, otterrebbe il premio di 70 seggi e arriverebbe a 215 deputati, quindi a una maggioranza parlamentare. Il centrodestra, senza Futuro Nazionale, si fermerebbe invece al 40,4% e a 133 seggi nel riparto che abbiamo simulato. Nel secondo scenario abbiamo modificato un solo elemento: Italia Viva corre autonomamente. Il centrosinistra scende così al 41,6%, mentre il centrodestra rimane al 40,4%. Nessuna coalizione raggiunge quindi il 42% e il premio non scatta: tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Il risultato è un Parlamento senza una maggioranza precostituita, con 171 seggi al centrosinistra, 167 al centrodestra, 33 a Futuro Nazionale e 13 ad Azione. In questo caso diventerebbero quindi necessari accordi successivi alle elezioni per costruire una maggioranza di governo. La simulazione mostra soprattutto quanto possa essere decisiva la composizione delle coalizioni: pochi punti percentuali possono determinare il passaggio da una maggioranza parlamentare relativamente solida a un Parlamento senza maggioranza. Lo stesso vale per il centrodestra. Se, mantenendo invariati i voti della simulazione, Futuro Nazionale di Vannacci entrasse nella coalizione, la somma aritmetica porterebbe il centrodestra dal 40,4% al 48,4%, quindi ben oltre la soglia del 42% necessaria per il premio. In quella specifica configurazione simulata, e sempre a condizione che i requisiti previsti dalla legge siano soddisfatti anche al Senato, sarebbe dunque il centrodestra ad accedere al premio di maggioranza”.
Andiamo su un altro argomento. Per settimane, la città di Reggio Calabria è stata al centro del dibattito politico nazionale. Cosa emerge dall’esito del voto? E quali indicazioni, se ce ne sono, si possono trarre per la politica nazionale?
“Non credo che dal voto di Reggio Calabria si possano trarre grandi indicazioni per la politica nazionale. Innanzitutto perché l’affluenza è stata estremamente bassa, appena il 22,3%, e poi perché si trattava di un’elezione suppletiva con caratteristiche fortemente locali. Sarebbe quindi molto rischioso proiettare meccanicamente questo risultato sul piano nazionale. L’attenzione era concentrata soprattutto sul risultato di Futuro Nazionale, anche perché Roberto Vannacci aveva attribuito a questa competizione un forte valore simbolico, arrivando a presentare Reggio Calabria come la possibile “Sassonia” del suo partito. Se si assumono come termine di paragone le aspettative molto elevate indicate dallo stesso Vannacci durante la campagna, naturalmente l’11% appare un risultato deludente. Detto questo, dal mio punto di vista non considererei affatto l’11% un risultato irrilevante. Futuro Nazionale affrontava la sua prima prova elettorale e disponeva certamente di un candidato con un significativo consenso personale sul territorio. Ma si trattava anche di un collegio uninominale nel quale il candidato di Futuro Nazionale aveva possibilità molto ridotte di conquistare il seggio: in questo tipo di competizione il voto utile può penalizzare una forza percepita come non competitiva per la vittoria. A questo aggiungerei un ulteriore elemento. La Calabria non rappresenta necessariamente il terreno elettorale più favorevole per testare la forza di Futuro Nazionale. Le rilevazioni Ipsos sul profilo territoriale del suo elettorato mostrano infatti una presenza maggiore nei piccoli e medi comuni del Centro-Nord e un consenso più contenuto nel Mezzogiorno. Questo è un dato significativo anche considerando il profilo programmatico del partito, che attribuisce un ruolo centrale ai temi dell’immigrazione, della sicurezza e della “remigrazione”. Da questo punto di vista, quindi, non utilizzerei il risultato reggino come una misura diretta del potenziale nazionale di Futuro Nazionale. Dall’altra parte c’era poi un centrodestra particolarmente forte e radicato sul territorio e, soprattutto, una Forza Italia che esprime sia il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, sia il sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro. La vittoria del centrodestra conferma quindi soprattutto la forza di questa area politica, e in particolare di Forza Italia, in quel contesto territoriale, più che fornire un’indicazione immediatamente generalizzabile sugli equilibri politici nazionali”.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati